Lo spicchio indefinito
Posto che il jazz sia musica di grande sicurezza e autocoscienza, quando scende il disordine mi ributto puntuale nell'indie rock [1]. Stavolta mi sono prima fatto portare a vedere i Marlene Kuntz quarantenni come se fosse un modo di prendere la rincorsa, e adesso mi bombano lietamente le orecchie i Verdena. L'ultimo album suona puro e regolare come quelli dei musicisti scafati.
Indàgo, vedo su youtube che il tizio dei Verdena, per inciso ha più o meno la mia età, live fa tutto quello che si conviene: occhi da matto, deliri e rantoli, movimenti convulsi, paura e vestiti che potrebbero venire da ogni luogo. Poi mi imbatto in un filmato breve e sconnesso: una teen senza idee chiare gli fa le domande imbarazzanti, e adesso che siete dei vip?. Il tizio se la ride, la scimmiotta un po' e tira fuori un'inflessione bergamasca da commedia per dire non lo so, noi siamo campagnoli, siamo tranquilli. Hanno messo in giro voci che registrano nel pollaio di famiglia, riadattato a sala prove.
Mi segno che devo andare a sentirli.
[1] e qua dentro. A dirla tutta è perché incidentalmente non ho più tempo neanche per cagare che sono riuscito a soffocare questo posto con una qualche decenza. Figurati se avrei trovato il coraggio per farlo di volontà.
Con la proverbiale frequenza settimanale era arrivato il venerdì sera e Pippo, carico d'impazienza più che di aspettative, già serbava in corpore una pizza cotta male e cinque aperitivi.
Per l'equilibrio, balenava il tattico, avremmo bisogno di un concerto sbilenco ed elettrico. Ragionava, con uno spostamento di decine di chilometri avrebbero potuto studiare i ragazzini e bere birra in lattina. Forse, dimenticare le vessazioni subite dalla municipale. Alle dieci non riusciva a tenere gli occhi dritti.
Non sono mai stato così lontano dal sapere cosa voglio, gli rispose Paperoga muovendo le mani come per respingere una tara.
Allora i due volsero gli occhi a Topolino, e videro che il suo sguardo si era fatto severo.
In quel tempo il ratto era gravato da una grande stanchezza e parlava solo raramente.
Alcuni meravigliano, principiò, al sapere che mi corico in ufficio tra la gente che lavora. Ma ogni giorno, quando diventano miraggi sia la sveglia sia la cena, reclino lo schienale della più lassa tra le sedie, mando le gambe sulla seduta di un'altra e aspetto; a quel punto, al di là di qualsiasi reazione sovviene l’inesorabile stallo.
Alle tredici, io so di percepire la morte.
Un'alfa romeo dei carabinieri passò lentamente vicino ai tre.
Sei tu l’eletto, concluse il ratto entrando nella macchina di Pippo e allungandosi sul sedile posteriore.
Antologia
- Avviso
- Consapevolezza del giovane blogger
- L'uomo precipitato
- L'uomo col cappello grigio
- Con bagaglio leggero
- Haiku
- 78125 haiku
- Appunti per un bestiario
- Appunti per un bestiario II
- Appunti per un bestiario III
- Nel profondo della notte
- Quando aprì gli occhi
- L'odore dell'inganno
- Dancing Queen
- Riflessioni libere su un musicista
- Madre
- Latte di notte
- La Sgualdrina dei Mari
- L'mp3 e l'arte di dormire in treno
- Fango e cemento armato
- Per avvicinarsi alla fine
"Quanto tal personaggio turbasse i miei sogni, non ho quasi bisogno di dirvelo. Nelle notti di burrasca, quando il vento scuoteva la nostra casetta e le onde si frangevano ruggendo contro gli scogli, io me lo vedevo dinanzi in mille aspetti e con mille diverse espressioni diaboliche sul volto. Talora mi appariva con la gamba mozzata all'altezza del ginocchio, o dell'anca. Oppure, lo vedevo come una creatura mostruosa, nata con una gamba in mezzo al corpo. Il peggio era quando sognavo di fuggire scavalcando siepi e fossi, inseguito da quel mostro."
(Robert L. Stevenson, L'isola del tesoro)
"La pirateria non è quella specie di operetta o melodramma che possono immaginare i lettori di Salgari, ma una cosa estremamente seria, nella realtà sociale e storica prima, nella letteratura inglese poi. La figura del pirata ha alcune caratteristiche necessarie, che non fanno parte di un repertorio oleografico ma della realtà dei fatti come è stata ricostruita da storici, microstorici, studiosi del costume e dell'economia. La vita di bordo perennemente protesa all'inseguimento e all'abbordaggio, la disobbedienza a qualsiasi legge umana o divina che non fosse l'autorità del capo, riconosciuta dal gruppo, l'esposizione quotidiana alla morte, la consuetudine col sangue e il delitto, facevano del pirata un essere perennemente posseduto da una febbre dell'attimo, un senso assoluto della brevità della vita, che lo portava a consumare rapidamente ogni risorsa. Appena spartito il bottino l'equipaggio si ubriacava selvaggiamente, appena sbarcati a terra i pirati si buttavano nelle taverne e nei bordelli dilapidando in poche ore bottini immensi, strapagando a colpi di pietre preziose e sacchi di monete d'oro qualche pinta di rum e qualche ora con una donna, per poi crollare a terra ubriachi e spesso essere derubati nel sonno anche del restante. Da qui la necessità di reimbarcarsi continuamente, per ricominciare."
(Roberto Mussapi, introduzione a Bjorn Larsson, La vera storia del pirata Long John Silver)
Boja: "Tutti noi abbiamo un alter ego rispettabile"
Mentre penso ad altro, potrei dire che "Black Dahlia" è un film che ruba due ore di vita senza dare nulla in cambio. Un film in agonia tra scene così brevi che pare non iniziare mai. Smarrito tra una sfilza di personaggi sbiaditi e malnati, di nomi consonanti e soprannomi da tenere a mente. Per ristorare gli spettatori, solo una cena a base di insulti e qualche tetta gratis che neanche un video lesbo-soft-porno. A fondamento delle caratterizzazioni, la gestualità dei tabagisti ripetuta fino all'intossicazione; a pensarci, sembra una barzelletta.
Invece "Profumo", sebbene non abbia orari standard e sia storia di assassinii, ha una traccia stuzzicante e la pazienza e le idee per svilupparla: qui, ogni inquadratura ha il tempo di respirare, e io non sono certo uno che ha fretta quando va al cinema; qui un primo piano e una parola lasciano suggestioni che un paragrafo più in alto sembravano vietate e si procede alla sospensione del giudizio morale, quando la natura decide per noi.
Buonissimi il casting e le scenografie, pongo una nota a margine a proposito delle ricostruzioni in muratura: si calpestano, brulicano, emergono dall'acqua, riposano al pie' di una montagna, si assestano e collassano dando grande spettacolo e gioia per gli occhi.
l'incauto cacciatore dall'australia
col suo stile bullo non mi ammalia
grandi lodi ho però
per quel grullo di steve-o
quella sì che è arte documentaria
Per avvicinarsi alla fine Il sogno della stanza misteriosa sotto il pianoforte; del tipo che, so chi è ed è fuori dalla finestra, tossisci-tossisci espelle muco e se stesso dal gozzo; della telefonata e rispondono dallo stesso apparecchio ma in una realtà fastidiosamente parallela – pronto?; ancora, quell’altro, terribile, in cui mi danno da guidare un grosso fuoristrada degli anni ottanta. Ho guardato Donnie Darko prima di chiudere gli occhi con l’auspicio di avere più gradevoli sogni. (Frank, sai che il tizio che ha scritto la sceneggiatura e curato la regia era sorprendentemente giovane quando il film è uscito per la prima volta?) E a metà della visione, ho iniziato a pensare alla fine; a temere la fine. Nel secondo tempo, meglio ancora nel primo, anche alla prima scena, in fila alla biglietteria casomai, s’insinui nello spettatore il germe della fine, se forzatamente deve esserci sviluppo e chiusa. Attenzione: non più di un infondato sospetto. Meglio, un desiderio non formulato, che cresca gradualmente, con il corpo del film; fino a pensare, passando i titoli di coda, “così sia”.
Un finale sgarbato, e come minimo avrei sognato di non ricordare dov’è parcheggiata la macchina.
Un finale sgarbato, a me mi fa nemico il mondo.
Migliori i finali circolari: perseveranti, insensati, rassicuranti; atti a ripercorrere le suggestioni dell’opera in rosario lento e lacrimoso sono totalmente immorali.
Invece i finali asintotici, ecco i miei preferiti. Che venga il nero senza chiusa e prima del limite. Come s’interrompesse la luce su volti che ripensano le passate scene, e le venture nella mente nostra, perché non ancora può essere definitiva una parola, né restare con noi una storia alla quale già altri hanno imposto irrevocabile compimento.
Venga il nero dopo un’estenuante decelerazione sulle ultime pagine, oltre le quali nessuno può accompagnarci, venga sulle scene presso il novantesimo, affinché per ognuno portare la gamba sull’ultimo passo resti una faccenda solitaria e privata.
Appunti per un C.V.
Mi chiamo Pippo e ne faccio adesso trentuno. Il 31 è un bel numero primo [1]. Se sto dritto, sono alto 1 e 86 e peso 70 chili, chilo più chilo meno (credo dipenda dalla cacca). Abito con i miei, ma in casa ci sto poco, e comunque per conto mio. Ho un fratello più grande, sposato, che non vedo mai.
Usano la mia faccia per un fumetto, non so perché. In ogni caso, me ne viene qualche soldo [2].
Ho una bella collezione di dischi, soprattutto roba vecchia, eppure non ho mai avuto sfizio di imparare uno strumento. A dire il vero, non mi pare di essermi mai interessato a niente in particolare; o per lungo tempo, insomma.
Neanche con i vizi ho avuto costanza. Troppo impegno. Solo, fumo qualche sigaretta. Una o due volte al giorno mangio, senza regolarità né piacere. Ogni tanto capita che prenda una sbronza tabula rasa, ma è raro, e le droghe non mi sconfinferano.
Non vado quasi mai da nessuna parte e, se posso, giro a piedi. In effetti, ho un buon passo.
Per quel che mi ricordo, vivo in questa maniera da quando ho messo i peli.
Qualche volta passo di qua e butto giù qualcosa.
[1] Alle rotondità del trenta aggiunge lo sfregio dell’uno. Insomma un quadro al quale hanno disegnato i baffi col pennarello. Avrebbe potuto tenere il 2, il 3 e il 5, e invece tiene solo se stesso.
L'ossessione per i numeri miete vittime: qui c'è gente che risponde a gente che parla di gente che combina gli spettri delle canzoni dei tool per cercare corrispondenze con la serie di fibonacci. La connessione più semplice e quindi più sensata è riportata anche nella pagina wiki.
[2] A proposito di fumetti, c’è una vignetta dal Colombo di Altan: in un campo, una coppia di braccianti si spacca la schiena con l’aratro, con l’ovvio entusiasmo sulla faccia. All’orizzonte è l’assedio di Granada, mori contro cristiani. Uno dei braccianti dice: tira, Carmen, che non stiamo mica giocando a golf! E quella risponde: quando penso che a Granada è in ballo il destino della cristianità, le mie forze si triplicano.
Visto che la congrega dei parrucchieri pare essersi accanita tacitamente su un vecchio post tricologico, risalente ai tempi in cui l’entusiasmo di molto soverchiava la perizia, m’è venuto di rivederlo un poco, e in somma di riproporlo nuovamente.
Come li facciamo?
All'improvviso ti pervade la sensazione che sia giunto improrogabilmente il momento di tagliare i capelli.
O no?
Ecco: ti frena il disorientamento che verrà causato – diavolo, già sai! – dal contrasto tra la nuova immagine allo specchio, sconosciuta ma innegabilmente tua, e la vecchia immagine nel ricordo, incerta nebbia che svanirà per sempre.
Ma oggi sei uomo del fare, sicché accantoni queste riflessioni e sali in macchina per l’ultima decisiva questione: dove andare a farti mettere le mani in testa?
Ti viene in mente l’antica bottega del barbiere, allestita in un unico locale al piano terra. Lui vive proprio lì , e ha i capelli ordinati e bianchi. Adotta un lessico che hai sentito solo nei film degli anni sessanta; in effetti, anche l’arredamento che lo circonda fa pendant, e ti stupisci che non irrompa dal retrobottega Jean-Louis Trintignant o Mario Carotenuto.
Invece, solo clienti abituali. I suoi amici, intendevo dire, uomini di tempra antica che non l’abbandoneranno se non lasciando, vecchissimi, la vita stessa; affezionati alla spuntatina, prodighi assai meno di quattrini che di storie di saggezza popolare, e aneddoti d’imprese sportive, e racconti d’amori ancillari. I medesimi che lui non esiterà a tramandare, affabulando gli astanti fino alla fine dei tempi, perché i barbieri, si sa, essi sono immortali.
Mentre aspetti, se vuoi figurare di non ascoltarlo, puoi sfogliare la gazzetta dello sport, o topolino, oppure seguire il ciclismo da una piccola radio, poco invasiva ma sempre accesa per compagnia.
Dopo aver svicolato per non farti lo shampoo – essendo prima di tutto un uomo, e poi un barbiere, i tuoi capelli non saranno mai troppo sporchi per lui – ti fa accomodare, quindi proferisci incauto: “una bella accorciatina?”. Lui giustamente fa finta di non sentire, e ti trasforma nel suo nipotino di dieci anni, riga a sinistra ed effetto Big Jim.
Ma non osi lamentarti, sia perché dispone di ferri affilati più di un katana, sia perché ripensi a quanto eri felice e spensierato a dieci anni.
I tuoi amici, vedendoti, ti danno del cinno.
Allora pensi al laboratorio estetico multipiano, mirabolante segno del progresso, nel quale, dopo aver suonato più volte il campanello (la porta è blindata e tu sei sempre senza appuntamento) ottieni il permesso di entrare superando un insidioso interrogatorio al videocitofono:
- Chi è?
- Sono… io?
- Ha appuntamento?
- Ehm… no.
- E perché?
- Perché… no, non lo so.
I ragazzi che ci lavorano hanno capelli di colori che tu non riconosci facilmente ma che puoi osservare meglio sui loro vestiti. Parlano in un gergo oscuro di aperitivi su impervie spiagge di Mykonos, di nottate con dj internazionali a cui proprio non si può mancare. Al che, dapprima cerchi telecamere affisse ai muri credendo di trovarti in una iper-realtà concepita da Maria de Filippi, in seguito valuti se sia il caso di spacciare Bugo per il nuovo resident dell’Amnesia; ma alla fine, come al solito, ti lasci addomesticare da una sciampista molto sicura di sé che ti invita a seguire il suo fondoschiena fino al lavandino, per lavarti i capelli in serrata e vanissima conversazione al cellulare.
Sistemato sulla poltrona, descrivi troppo approssimativamente, al ragazzo che schiocca dietro di te le forbici al ritmo della house music che invade l’ambiente, come portava i capelli quel tale personaggio del film francese che hanno dato ieri notte su raitre, e cadi subito nell’oblio allorché si manifestano attraverso lo specchio stuoli di sciampiste, in austera coreografia avanti e indrè.
Al risveglio, i tuoi capelli sono gli stessi del protagonista dell’action movie insediato da un mese al cinema multisala, e senti il ragazzo chiederti accalorato: “Che colore hai detto? Che colore? Hai detto??”.
I tuoi amici, vedendoti, prorompono in risate isteriche.
Ora, poiché sai perfettamente che una rappresentazione manichea è troppo semplicistica, trovandoci noi in una realtà invero complessa e multiforme, parti alla ricerca della giusta via di mezzo, sicuro di poterla trovare senza patimento eccessivo.
Individui un posto che da fuori trasmette fiducia, entri. Ci lavorano due signori, metà barbieri e metà sciampiste, che ti obbligano a farti lavare i capelli sebbene giuri di esserti fatto la doccia da meno di venti minuti. Ascoltano una radio che trasmette liscio 24 ore al giorno e parlano di serate in balera.
Tu cerchi di spiegare attraverso tutti gli strumenti della geometria come vorresti avere i capelli, lunghezza in centimetri, simmetrie di vario tipo, rotazioni e teoremi sui triangoli, ma ti accorgi che non ce la fai e non puoi che sussurrare “corti?!”. Loro subito si innervosiscono, enunciano in coro il teorema del barbiere: “Se hai tagliato troppo, allora non puoi tornare indietro”. E’ la loro liberatoria, non significa altro che: “Se non ti sai spiegare, sono cazzi tuoi!”. Sei nei guai; vorresti chiedere soccorso al signore che sta aspettando il suo turno, ma lo intravedi fuggire a gambe levate, trafugando tutti i numeri di Vip Ignudi 3000 che riesce a tenere fra le braccia; allora ti dichiari prigioniero politico, ma è inutile, tra poco sarai cornuto e mazziato.
I tuoi amici, sono percorsi da lampi di terrore. Conoscono bene i segni del temibile duo dei barbieri mutanti.
Dall'oblio
"salve, tenebre, compagne care. ancora torno a chiedervi convegno. una visione dolce e tetra ha lasciato un seme nel mio sonno; da allora cresce, mi pervade la mente, nascosta, nei suoni del silenzio!" e si rabbuiò, paperoga; ma non prima di aggiungere: "e comunque homér, come pippo, non è un imbecille. vogliono farcelo credere (i portatori, te l'avevo pur detto) ma non l’è. presempio: la botola di lost? la festeggiata è là, con la maglietta bianca. dio sa il suo nome, che l'abbia in grazia." ciarlando ciarlando, papeproroga armeggiava con un bicchiere, in balcone, sostenuto precariamente dalle brezze; con apprensione grave lo spostava prima in qua, il cocarùm numero uno, poi in là, con la dritta, in azzardato equilibrio sul tondo corrimano, e nelle piccole oscillazioni amorevolmente l’accompagnavano gli occhi ed il capo; la mancina, immota, occupata dal cocarùm numero due, o della lungimiranza, ovvero non so se ti sei accorto che fila c’è già al bar; al centro delle labbra, impaziente peggio della cacarella, una sigaretta spenta che ora ho troppo, troppo sonno per dire.
Un cerchio
Monoassiale, biassiale, triassiale sono tre parole bellissime perchè sì, e sono tre parole clamorosamente assenti dal correttore del programma di videoscrittura del diavolo. Non sufficit: grande meraviglia, quando mi sono visto sostituire a tradimento "biassiale" con "biasciale" (*): mi son detto: ma che cazzo vorrà dire questa parola? Consultando il De Mauro: non c'è. Consultando Google (poichè in Google c'è tutto quello che esiste e anche molto di ciò che non esiste, in Google, Google il giudice, sicuramente la troverò): infatti, c'è. 13 risultati. 13 grulli che non si sono accorti della fraudolenta sostituzione operata dal correttore.
(*) alcune righe più in alto, "tensionale" era diventato "pensionale".
Contro il medley
Con urgenza, vi dirò che del nostro tempo senza senso è il medley la più sciagurata sintesi.
Vacuo, compendioso, insapido, oltraggioso, affannato, da scongiurarsi in ogni modo è il merdley!
Il complesso di suonatori che si abbandoni all’esercizio immondo - che sia perseguìto - io m’auguro - per decreto regio - saprà di telezapper emerito in slalom di mortàlnoia tra programmi previsti; d’arbiter pingue che brontolante di stomaco antipasteggi del fischietto per avvicinare la cena ignorando infrazioni e mazzate; d’orgoglio bimbo che ti recita, quant’è bravo, uno scioglilingua: il cinque maggio.
L'accozzaglia d’astanti birrosi e stanchi non avrà le desiate milonghe a strappar sorrisi di tregua ad ogni accordo, né aisthesis dello sgravamento d’interpreti lacerati di mutuo e di pathos; oltremodo molestata, la pagante e riottosa congerie lotterà per non faticare in coretti e coatti balletti:
“Fatemi sentire le vostre voci!”
”No!”
“Dai! Ballate tutti, insieme con me!”
“Vaffanculo!”.
24 ore di turbinose indagini sul mistero del GF “So per certo che in quella casa c’è una spia transformer” avrebbe dichiarato Ciccinette a Capitan Mucosa, che, preso alla sprovvista, è corso subito ai ripari: “Custodire questo segreto era troppo pericoloso per me. Allora ho telefonato al Corsaro Nero per chieder consiglio, e gli ho spiattellato tutto”. Nel frattempo Ciccinette scarabocchiava parole confuse sulle pareti dei servizi di una nota pizzeria del centro: “Mai fu detto ch’io sia donna all’apparenza chiarissima” e ancora “+ me lo -, + vengo -. x venir di +, non me lo - +, o, x lo -, me lo - di -”. Alcune ore dopo, Dracousìa veniva privato del sonno dei giusti, dal momento che tutte le transgender di Roma convenivano sotto le sue finestre per levare un coro: “Il trans è lei! Là!”. Assente ingiustificato Biribim Oloturia, che in conferenza stampa rivelava, nella mattinata seguente: “Ho telefonato in Brasile. Un esperto di onomastica araba che non sono io nasconde questo ed altri terribili segreti di droca e cazzotti, in un cassetto, sotto un calendario di Nernèl Crepalegno. Lei! Là!”. Nel pomeriggio il mistero si infittiva oltre ogni previsione, allorchè ci veniva recapitata una busta anonima: “Leggete la gazzetta ufficiale, cazzo! Per decreto ministeriale è sancito che il trans del Grave Flagello è una tartaruga ninja mutante, da accogliere in ottemperanza alle direttive in materia”. Consegnandocela, il portiere Felice riceveva messaggi contraddittori sul cellulare: “prima d fare il militare a cuneo, io ho fatto il liceo cn piumona e lei in 3° aveva 1 FIDANZATA!!!!!!” e “Masha, che lavorava con Vivienne, che abitava con Suzette, che s’intrallazzava con Piumona, dice che e’ donna, e chi dice donna dice danno” e infine “lei! là!”.
Scalda gli animi un’indiscrezione trapelata da ambienti di stretta osservanza mediatica secondo la quale un’angosciosa minaccia penderebbe sui condannati del Grave Flagello.